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Di amori sbagliati, piccole donne anarchiche e altre storie di nomadi/ About wrong loves, little anarchist women and other stories of nomads

Alle mie sorelle, e a tutte le piccole donne anarchiche/To my sisters, and to all the little anarchist women

a un anno di distanza dal mio “ritorno a casa” mi preparo per un’altra partenza, vado a costruire un altro pezzo della mia storia, altrove.

Rifletto sempre più spesso sul mio nomadismo e sul sentirmi una nomade dentro.

Rifletto su passato, futuro, e loop ricorrenti.

Rifletto sulla mia perenne condizione di single, che finisce che pure quando ce lo dovrei avere, un uomo, alla fine non ce l’ho.

Penso agli ultimi 3 uomini che ho amato, prima dell’ultimo, e mi appaiono spersonalizzati della loro identità, all’interno della mia storia sono simboli, incarnazioni dei doni che mi hanno fatto lungo la strada.

E non importa se alla fine li ho amati un decennio, un giorno o un mese; cosa ho ricavato da queste storie? Cosa ho ricavato dalla mia storia?

Uno spirito inaffondabile, una meravigliosa quantità di rapporti umani e una sterminata voglia di viaggiare e conoscere.

Dicono che se uno viaggia è perchè l’inquietudine ce l’ha dentro, e non troverà pace in nessun posto finchè non troverà la pace dentro di sé.

È vero.

Io ho l’inquietudine dentro.

Perchè sto mondo non mi basta, sta vita non mi basta.

Quando ero piccoletta mi prendevano in giro, dicendo che non è che è colpa mia, è che ce l’ho nel sangue….come se quella metà del mio patrimonio genetico proveniente dalle steppe della Valacchia e della Moldavia avesse preso il sopravvento un giorno dei miei 15 anni.

E forse un po’ è vero.

Autodeterminazione è un termine che ha un peso specifico immenso nella mia esistenza, forse il più rappresentativo di tutti.

Non conoscendo affatto le dinamiche familiari “normali” mia madre ci ha passato valori improbabili, inventandoseli sul momento.

Rifletto che mi piace, questa cosa strana che dovrebbe essere la mia famiglia.

Penso alle mie sorelle, con cui ultimamente il legame si manifesta forte e solidale.

Autodeterminate e senza legacci, ecco come siamo.

Indipendenti e forti.

Siamo donne che, nostro malgrado, fanno paura.

Una volta mia sorella scrisse, descrivendo se stessa, “immaginate una piccola donna dietro a un grande furgone”.

Ecco, immaginate queste piccole donne dietro a grandi ideali.

Immaginate queste piccole donne anarchiche, autodeterminate e indipendenti.

Che condividono storie di viaggi, d’amori sbagliati e uomini lasciati indietro.

Perchè il nostro è un passo che non si regge facile.

Il nostro è il passo di chi ha sempre lo zaino in spalla anche quando sta fermo, è un cammino di cuori inquieti e animi ribelli.

Credo che quando fin da piccola mia madre mi chiedeva: “cosa vuoi fare?” invece di decidere per me mi abbia portato ad assorbire inevitabilmente uno spirito libertario e di indipendenza senza precedenti.

Tutta la mia vita è costellata di scelte, le mie, per me stessa.

Io sono consapevole di non dipendere da nulla e nessuno, anche quando mi sento sballottata dagli eventi del Fato a destra e a sinistra.

Ma se ripenso al mio passato pasticciato, so che ogni strada percorsa, ogni posto in cui ho vissuto e ogni persona con cui ho speso del tempo, erano scelte mie.

Io non mi lascio trasportare dal Destino, perchè, in fondo, al Destino io non ci credo.

Il Destino è un’entità che dietro la maschera ha il mio viso.

È per questo che detesto le persone che dicono che “non c’era altra scelta”, ovunque c’è una scelta, ovunque e sempre c’è una libertà e una possibilità da intraprendere.

E ora è tempo di scegliere per me stessa una nuova meta, ma forse con qualche consapevolezza in più.

Non scelgo un luogo, scelgo un’esperienza da fare, un lato di me da vivere e sviluppare.

E mi spiace tanto per le persone che decidono di restare indietro e non fare questo pezzo di strada con me, ma penso che ognuno deve scegliersi il proprio fato e destino, e le proprie catene.

Penso che essere abbastanza in pace con se stessi da scegliere l’ignoto non è cosa facile e da tutti, che a tanti sto coraggio manca, perchè l’ignoto fa paura, perchè l’ignoto richiede di autodeterminarsi, per non perdersi.

Per decidere di lasciare quelle situazioni in cui non hai altra scelta che seguire il sentiero.

Ma la verità è che io in quelle situazioni non ci so stare, non sono capace, non ho proprio mai imparato come si fa.

Sono troppo indipendente per quella roba, e nessuno mi ha insegnato come si accettano le cose prestabilite.

Io so vivere solo costruendomi il futuro passo passo.

Perchè se c’è qualcosa che ho imparato in questi anni di viaggi e amori sbagliati, è che so imparare dagli altri, e so sopravvivere a qualsiasi cosa.

So prendere una strada che passa nel deserto e costruirci qualcosa.

E rifletto che si, ovunque io sia andata ho lasciato un segno, nel cuore di uno o molti.

E questo spiega molte cose, su di me e sulla mia vita, sul perchè per tutte le mie famiglie, sparse nel mondo, io sono “quella che viaggia”.

Perchè a così tanti tavoli so che c’è una sedia che resta vuota, nel caso la nomade dovesse presentarsi alla porta, che io non si sa mai quando arrivo e quando parto.

Mi sono autodeterminata in questo ruolo di outsider e mi piace, mi ci trovo proprio bene.

Perchè voler bene non ha niente a che fare con i legami e i legacci, ci vuole la forza di autodeterminarsi ogni giorno, a ogni passo.

Per non arrugginire mai.

E capisco che uno dei miei più grandi errori, che ha fatto sbagliati tutti i miei amori, è stato il cercare di stare a un passo che non era il mio, in un modo e in un mondo che non erano i miei.

Perchè i miei, sono tutti i luoghi e nessun luogo.

Il mio vero luogo è dentro di me, dentro la mia inquietudine, in fondo alla mia voglia di scoprire, di autodeterminarmi e costruire il mio futuro passo passo.

La mia, è una vita e una storia di piccole donne anarchiche dietro a grandi ideali, di nomadi del ventesimo secolo, apolidi e mai sconfitte.

Tutta questa indipendenza fa paura, a quelli che si illudono che questo significhi solo che ce ne freghiamo dei fiori a San Valentino e dei vestiti costosi.

Illusi.

Significa molto di più, significa scegliere sempre la strada dell’ignoto, significa che non vacilleremo mai davvero e non svenderemo noi stesse e la nostra dignità davanti a niente, significa aver imparato a combattere e proteggersi fianco fianco alla grazia dell’esistere e dell’essere donne.

Significa che dovrete riuscire a stare al nostro passo.

Perchè siamo stufe degli amori sbagliati, e la verità è che non ne abbiamo affatto bisogno.

E quindi, a tutti quegli amori che mi hanno detta sbagliata, che hanno cercato di farmi camminare su un sentiero non mio con il passo dell’oca, a tutti quei pezzi di mondo e di vita che non ci comprendono, non ci vedono e non ci rispettano, a tutti loro, io dico con serenità che l’essenza di una nomade non si cambia, non si doma e non si distrugge.

Che a tutti loro noi facciamo la guerra a modo nostro, costruendoci il futuro passo passo esattamente come lo volevamo, diventando le donne che vogliamo essere.

La nostra vita e la nostra storia è costellata di bandiere nere innalzate da donne che hanno scelto la libertà ad ogni costo.

E allora si, mi dico che è davvero qualcosa nel mio sangue, nella mia storia, che mi rende diversa, sbagliata e unica.

Che mi fa fare la guerra a tutto ciò che non voglio, che mi fa autodeterminare, viaggiare, e scegliere la libertà ad ogni costo.

Che mi fa essere orgogliosa delle mie donne e della mia storia, che mi fa essere me.

Io, piccola donna anarchica dietro a grandi ideali, nomade del ventesimo secolo, apolide, e mai sconfitta.


one year after my “homecoming” I prepare myself for another departure, I’m going to build another piece of my story, elsewhere.

I reflect more and more on my nomadism and my feeling to be a nomad inside.

I reflect on the past, the future, and repeating loops.

I reflect on my perennial condition of being single, that ends that even when I should have a man, in the end I do not have one.

I think to the last three men I loved, before the last one, and they look depersonalized of their identity, in my story are symbols, incarnations of the gifts that they gave me along the way.

It doesn’t matter if I loved them a decade, a day or a month; What did I get from these stories? What did I get from my story?

Unsinkable spirit, a wonderful amount of human relationships and a boundless desire to travel and learn.

They say that if one travels is because he has restlessness inside, and will not have peace nowhere until he’ll find peace inside himself.

It’s true.

I have the restlessness inside.

Because this world is not enough, this life is not enough, for me.

When I was a kid they made fun of me, saying that it is not my fault, it is that it’s in my blood …. as if that half of my genetic heritage coming from the steppes of Wallachia and Moldavia would gained the upper hand a day of my 15.

And maybe it’s a little true.

Self-determination is a term that has an immense specific weight in my existence, perhaps the most representative of all.

Not knowing at all the family’s “normal” dynamics, my mother transmitted us improbable values, inventing them time by time.

I reflect that I like this weird thing that should be my family.

I think to my sisters, with whom in the last time the bond is strong and supportive.

Self-determined and without ties, here’s how we are.

Independent and strong.

We are women who, unfortunately, are scary.

Once my sister wrote, describing herself, “imagine a little woman behind a huge truck.”

Here, imagine these little women behind great ideals.

Imagine these little anarchist women, self-determined and independent.

That share stories of travel, of wrong loves and men left behind.

Because ours is a pace that is not easy to keep.

Ours is the pace of those who have always backpacking on the shoulders even when we are stable, it is a journey of restless hearts and rebels minds.

I think that since when my young age, when my mother asked me: “What do you want to do?” Instead of deciding for me, it brought me to absorb inevitably a libertarian spirit of independence without precedent.

My whole life is full of choices, mine, for myself.

I am aware that I don’t depend by anything or anyone, even when I feel jolted by the events of Fate to left and right.

But when I think back to my messy past, I know that every traveled road, every place where I lived and every person with whom I spent time, were my choices.

I do not let myself be carried by Destiny, because, after all, I do not believe in Destiny.

Destiny is an entity that behind the mask has my face.

This is why I hate people who say that “there wasn’t other choice,” wherever there is a choice, always and everywhere there is a freedom and a chance to take.

And now it’s time to choose a new goal for myself, but maybe with some more awareness.

I do not choose a place, I choose an experience to do, a side of me to live and develop.

And I’m so sorry for the people who decide to stay behind and not share this part of the trip with me, but I think everyone has to choose his own fate and destiny, and his chains.

I think that to be enough in peace with ourselves to choose the unknown is not easy and not for everyone, that a lot are lacking of this courage, because the unknown is scary, because the unknown demands self-determination, to don’t get lost.

To decide to leave those situations where you have no choice but to follow the path.

But the truth is that I can’t stay in those situations , I’m really not able to do it, I never learned how do it.

I’m too independent for that stuff, and nobody taught me how to accept things established.

I know only how to live building myself the future step by step.

Because if there is something that I have learned in these years of travels and wrong loves, it that I’m able to learn from others, and I know how to survive everything.

How to take a road that runs into the desert and build something.

And I reflect that, wherever I went, I left a mark in the heart of one or many.

This explains many things about myself and about my life, about because for all my families, throughout the world, I am “the one who travels.”

Because at so many tables I know there’s a chair that remains empty, in case that the nomad would shows up at the door, because no one knows ever when I arrive and when I leave.

I self-determined in this role of outsider and I like it, I feel myself really comfortable in it .

Because to love has nothing to do with the ties and bonds, it need the power of self-determination every day, at every step.

To don’t rust ever.

And I understand one of my biggest mistakes, that made all my loves wrong , it was the try to go to pace that wasn’t mine, in a road, and in a world that wasn’t mine.

Because mine, are all places and no places.

My real place is inside me, inside my restlessness, in the deep end of my desire to discover, to self-determinate myself and build my future step by step.

Mine, it’s a life and a story of little anarchist women behind great ideals, nomads of the twentieth century, stateless and never defeated.

All this independence is scary, to those who mislead themselves that this means only that we do not care about flowers on Valentine’s Day and expensive clothes.

Deluded.

It means much more, it means always choose the path of the unknown, we will never vacillate and that we’ll never sell ourselves and our dignity for anything, it means having learned how to fight and defend ourselves side by side with the grace of existence and of to be women.

It means that you will have to be able to keep our pace.

Because we are bored of wrong loves, and the truth is that we don’t need them at all.

And so, to all those loves that said me wrong, that tried to make me walk on a not mine path with the goose step, to all those pieces of the world and life that don’t understand us, don’t see and don’t respect us, to all of them, I say surely that a nomad’s essence can’t be changed, tamed or destroyed.

That to all them we declare war in our own way, by constructing the future step by step exactly how we wanted it, becoming the women we want to be.

Our life and our history is studded with black flags raised by women who have chosen freedom at any cost.

And so, I tell myself that it is really something in my blood, in my story, that makes me different, unique and wrong.

That makes me declare war to everything I don’t like, that push me to travel, to self-determine, and choose freedom at any cost.

That makes me proud of my women and my story, that makes me be me.

I, little anarchist woman behind great ideals, nomad of the twentieth century, stateless, and never defeated.

L’amore, il punk e altre parole poco educate/Love, punk and other impolite words

http://laghetto.bandcamp.com/

Fumo la miliardesima sigaretta mentre mi sperdo in note e testi decisamente poco educati.

Sono una persona poco pulita, con ben poca delicatezza rimasta nel cuore.

Ogni ferita mi riporta un po’ più a me stessa, alle origini che mi scordo di avere (maledetta memoria che non funziona mai!).

Ritrovo me stessa, sospesa in una gabbia dalle pareti di rabbia, che non mi lascia uscire.

Lupo in trappola, innervosito.

Sospesa tra musica troppo evoluta e per niente evoluta.

Musica rossa, arrabbiata, musica rotta.

Cuore in frantumi, cuore arrabbiato.

Tutto rosso, tutto rotto.

Sto sperando o distruggendo?

Non lo so….emotività che urla.

E basta.

Senso di rivolta.

Mi sperdo fintanto che mi va, poi vedrò, scoprirò.

Dove finisce la liberà concessa?

Dove inizia quella che mi riprendo?

Santa dei ghetti e delle barricate,

ti immoli o combatti?

Bugiardi, bugiardi tutti.

Mi sa che non ho più voglia di giocare.

Fanculo.


 

I smoke the billionth cigarette while I lose myself in really not so polite notes and lyrics.

I am a unclean person, with very little delicacy remained in my heart.

Each wound takes a little bit more of me back to myself, to the origins that I forget to have (cursed memory that never works!).

I found myself again, suspended in a cage with walls made by anger, that doesn’t let me out.

Trapped wolf, unnerved.

Suspended between too evolved and not evolved at all music.

Red music, angry, broken music .

Broken heart, angry heart.

All red, all broken.

I’m hoping or destroying?

I do not know …. emotional screaming.

And that’s it.

Sense of revolt.

I lose myself as long as I want, then, I’ll see, I’ll find out.

Where does the given freedom finish?

Where does the one I take back begin?

Saint from ghettos and barricades,

do you immolate yourself or fight?

Liars, all liars.

I think that, maybe, I don’t want play anymore.

Fuck.

Giornta di cose indecise.

È sorto il sole, e insieme al sole un sacco di perplessità.

Si torna nel vecchio, ma io sono nuova.

Mi dicono sia normale, ritrovarsi spaesati.

Ma per me non lo è, non del tutto, almeno.

Io che per tutto il tempo non mi sentivo a mio agio,

che non sapevo più quale fosse il mio posto.

È con tristezza che rifletto che no, il mio posto nel mondo

non è nemmeno qui.

Non più.

È che non so stare con le altre persone.

Non sono proprio fatta per stare con gli altri.

E mi si stampa in testa quella frase, per tutto il tempo,

quel “I’m going nomad!”, di quella serie che me piace.

Vado tra i nomadi.

I nomadi, tra i motociclisti,

sono quelli che non hanno un club fisico di cui fanno parte.

Sono quelli che hanno scelto la via del solitario.

Ecco, quella sono io.

L’outsider degli outsider.

Mai davvero appartenente a nessun posto.

E troppe cose restano sospese, indecise, non dette.

Quante difficoltà.

Questa carretta arranca sotto il peso dell’aspettativa

e io non so che fare, non ho più pazienza, forse.

Ma mi sento solida e indipendente,

torno alla mia strada, mi spiace.

E resto indecisa…se è solo difficoltà o immemoria,

mi rispondo che in realtà non mi interessa.

Provare solo pietà per qualcuno che si è tanto amato

mi riempie d’angoscia e tristezza.

E mi dico che se tutto è stato scordato,

io ricordo, e allora non è stato inutile.

Mi dico che questo non mi piace,

quello che c’era forse,

quel che ci sarà non so.

Prendo su la mia forza e

impacchetto la tristezza, la disillusione della me ragazzina.

Ficco tutto nello zaino, alla rinfusa.

Non so bene che farci

con queste tristezze,

con queste chiacchiere, con queste emozioni.

Per ora le porto con me.

Ho bisogno di riflettere.

Una volta l’avremmo fatto assieme

ma quella persona non sono più io,

quella persona non sei manco più tu.

Queste persone nuove non si conoscono,

non si vogliono bene, forse nemmeno si stanno simpatiche.

Queste persone che non sono amiche, ma non riescono a fingersi estranee.

Che te credi, che ho disimparato a leggerti la faccia?

E penso che non l’hai fatto nemmeno te.

Finisce tutto in oblio, come sempre.

Mi torna in mente una cosa che m’hai detto tempo fa.

T’avevo giurato che sarebbe finita diversa, perchè io ero diversa.

Ma ero una ragazzina ingenua e te n’eroe.

Mo so na donna e te sei uno, uno dei tanti, nemmeno il migliore.

Peter Punk ‘n’ Tinkerbell

Restano in attesa

i miei sogni

delle luci dell’alba.

Vivono di ricordi e maledizioni.

Quanti passi si possono compiere verso una meta?

Esce allo scoperto la donna che so di essere

ma di fronte a voi sono sempre la ragazzina muta.

Lo sarò per sempre.

Richiudo con forza la ferita aperta,

non voglio più essere questa.

Mi scorre sottopelle un brivido.

Ricordi di una me dimenticata.

So che domani ci sarà un altro sole.

E lascio nel languore della città deserta,

abbandonata, quella me inconclusa.

Verso il nettare dell’oblio nella mia testa,

immemore di un’anima in frammenti.

Mi regalasti un campanello d’argento

ti chiesi se era per dirmi che ero tua,

hai scosso la testa

– E’ un dono di libertà, non di possesso, impara a usare la tua libertà.

Cercaci i tuoi sogni, ogni volta che ti senti spersa –

E li ho cercati,

così a lungo

afferrati, voluti, gridati, desiderati, ricostruiti.

Ma ogni passo nella direzione della libertà era un passo lontano da qui,

mi ritrovo estranea a casa mia.

Cerco nello specchio quella ragazzina che sorride,

ma non di un sorriso normale,

quella che sorride come chi è estasiato dalla vita.

La libertà ha mutato il suo cuore in cenere.

Per estraniare il dolore, la mancanza, la delusione

ha estraniato tutto il resto.

Sono algida, com’ero prima di tutti i sogni.

Indifferente

al mondo, a te.

Eppure un bagliore di gratitudine risplende sotto la superficie,

che questa vita è iniziata così

e forse non doveva che concludersi così;

forse una speranza non l’ha mai nemmeno avuta,

perchè era nata già morta, coi giorni contati.

E io li ho spesi tutti troppo in fretta, troppo presa,

entusiasta, innamorata

della vita che mi andavi regalando.

Li ho spremuti fino all’ultima goccia,

drogata com’ero di quella linfa entusiasmante.

Ma è la solita vecchia storia,

non appartengo a questo posto, o forse si, solo in parte, come sempre.

Non appartengo davvero a nessun luogo,

perchè nessun luogo appartiene mai davvero a me.

Per un attimo mi ero illusa,

di appartenere alla persona, non al luogo.

Che bastasse il mio coraggio per tutti e due,

e la tua fiducia.

Ma non è mai così, ci vuole coraggio a mezzo e fiducia a mezzo.

Le compensazioni falliscono sempre.

Ma ciò che so, che davvero so,

è che non voglio sentirmi mai più così.

Mai più impotente, inamata, imperfetta, sbagliata.

Non voglio mai più che una persona che amo mi faccia sentire così.

Tu mi facevi sentire così, tutto il tempo.

E poi, raramente, si apriva uno spiraglio

e allora tutto diveniva straordinario.

IO divenivo straordinaria.

Bellissima, splendida, vitale, perfetta, adorata.

E così felice da pensare che bastava, bastava a compensare il resto.

Ma no.

Non voglio sentirmi così.

Mai più.

E la codardia ha già fatto il suo corso.

Resta il rimorso, non il rimpianto

e va bene così.

Continuo il mio viaggio per cercare il mio posto nel mondo,

chissà che accadrà,

ma vorrei raccontarti, sai, della donna che sono diventata.

Ma è una strana magia, la tua.

Splendida e orribile.

Una parola e mi torna a battere il cuore,

non sono più io,

sono di nuovo la ragazzina fragile.

Ma non voglio, non voglio più.

Eppure…

– Ah sei proprio tu! Ma si, grande e grosso, forse non è male che sei cresciuto, sei sempre stato più grosso di me, ma forse ora ci divertiremo il doppio!-

– MOIRAAA!

– Pet! Ci divertiremo! Che spasso, quanti bei giochi! –

– Tu sei una fff… –

– Fatina! –

– Uno sp-sp.. –

– Spiritello! E se il meno è il più io non avrò mai fine, Peter Pan –

– Peter Banning –

– Pan!-

– Banning –

– Pan!-

– Banning –

– Beh comunque ti chiami sei sempre tu, perchè una sola persona al mondo ha quell’odore –

– Odore? –

– L’odore di chi ha cavalcato sulle ali del vento, di cento estati da favola passate a dormire sugli alberi, delle avventure con indiani e pirati! Ah, ti ricordi Peter? Il mondo era nostro, potevamo fare tutto oppure niente, ma ogni cosa era importante perchè eravamo noi a farla! –

(Hook – regia di S. Spielberg, 1991)

Piccolo racconto di una notte.

Se ne stava all’aria della notte ritta, integra, piantata sulla terra come un albero; la sigaretta all’angolo della bocca, le mani in tasca.
Il ragazzo si avvicinò, a passi alti, veloci, con un’andatura quasi balzellante, si fermò davanti a lei.
Si guardarono, si sorrisero.
Una folata di vento gelido le fece ondeggiare la corta gonnellina nera.
Continuarono a fissarsi, in silenzio.
Lei prese a giocherellare con la lunghissima treccia di capelli biondi che le arrivava alla vita.
Lui fece un cenno con la testa, per invitarla ad andare, la ragazza annuì e si avviarono.
Per tutto il tragitto si camminarono al fianco, lanciandosi occhiate curiose di tanto in tanto; attorno a loro la città scorreva come sempre, illuminata dalle luci a neon; languida, umida e dall’aria malsana come una vecchia puttana.
Arrivarono a una panchina di pietra bianca, davanti a una villa di inizio novecento, dal giardino si protendevano i rami di un arancio.
Sembrava una panchina come tutte le altre, sul viale.
Si sedettero, sotto l’arancio, schiena contro schiena, così da non guardarsi in faccia.
Finalmente lei si accese la sigaretta.
Dopo un poco il ragazzo parlò
– Da quanto sei arrivata? –
– Da troppo – rispose lei con voce asciutta
– E quanto resti? –
– Troppo poco –
– Sempre in fuga, eh? –
– Da una vita…- disse la ragazza, e ridacchiò.
Tirò due boccate dalla sigaretta e fissò l’albero
– È buffo, è qui che è iniziato tutto…oggi sono stata da mia madre –
– E che hai fatto? –
– Abbiamo parlato –
– E poi? –
– A prendere l’aperitivo con mio fratello, e abbiamo parlato –
– Ah, e poi? –
– E’ passata a salutarmi Clara, e abbiamo parlato; e tutti lì, a chiedermi la stessa cosa – il sorriso aguzzo del ragazzo scintillò nella luce gialla del lampione
– Perchè non parli mai? –
– Esattamente – annuì lei
Le voci si spensero e una pioggerellina sottile riprese a cadere.
In sottofondo solo lo “swiiish” delle macchine sull’asfalto bagnato.
Passarono cinque minuti, poi dieci, poi altri cinque, e forse venti.
Rimasero in silenzio, schiena contro schiena, a osservare la notte.
La ragazza riaccese la sigaretta, espirò una gran nuvola di fumo, e parlò:
– È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace – [1]

 

 

[1]: Mia  – Pulp Fiction, 1994 regia di Quentin Tarantino

Salvezze.

Vivevamo confusi e distratti,

in fondo a una vita piena di interrogativi.

Spersi in un mondo inconoscibile,

incomprensibile, inaffrontabile.

Poi, una scintilla nel vuoto

e l’incendio divampa

inarrestabile, caldo, avvolgente.

Sussurri angelici nelle notti devastanti.

Arrivati a sera c’era solo una salvezza;

ci sedevamo stanchi, le nostre maschere alle ortiche.

Strappammo al mondo un pezzetto di vuoto cosmico,

un angolo di universo dove non essere altro che noi stessi

senza più remore, senza più finzioni.

Potevano disintegrarci l’anima

ma pazienti la ricostruivamo.

Eravamo (e siamo) le Penelope della notte.

Di giorno mostri disumanizzati sventrano il nostro io

e faticosamente lo ricostruiamo ogni sera.

Abbiamo trovato il nostro frammento,

un piccolo spazio dove non esistono finzioni,

dove non ne sentiamo il bisogno…

“Non ora, non qui…questo è un altro mondo, Lyly…possiamo…possiamo far finta che il resto non esista, solo per un po’? Niente battaglie, niente guerra…io sono solo un ragazzo stanco e tu solo una ragazza coi capelli rossi “

 

La strada verso casa

Vivo ormai,
vivo.
E nonostante il tempo mi stupisco ancora
dell’angolo di mondo sicuro
che sai dipingere.
Voce rassicurante del mio ieri,
del mio oggi, del mio sempre.
E gli altri non capiscono mai
il perchè
dei nostri silenzi,
delle nostre mattine.
Ma a me non importa,
restiamo così
come siamo,
come dovremmo essere,
tu punto fisso,
io piuma al vento.
È la voce,
che mi aiuta a trovare sempre
la strada di casa
quando il mondo è troppo grande e troppo estraneo.
Lei risuona chiara e inconfondibile nel caos.
È un richiamo
che riconoscerei tra mille.
Di colpo zittisce incurante tutte le mie paure,
le mie nostalgie.
Costruisce una linea luminosa,
un filo di Arianna per arrivare
lì, dove ho nascosto le mie fragilità,
le mie paure.
Le mie lacrime giacciono mute
in una scatola sotto al tuo letto.
Nascoste, sicure.
E finisce che mi addormento
in un letto estraneo, il sorriso sul viso.
All’alba sono di nuovo la donna
che non si arrende
mai,
quella che irride gli stronzi, la paura, la morte.
Quella che inganna il demonio.
Ma quando non resta che la ragazzina,
quando non restano che le paure,
le distanze, la nostalgia.
Quando non ho altri occhi
che quelli enormi e tristi e carichi di paura
della prima notte.
Allora, allungo una mano.
È poco più di un gemito.

E si colora la mia speranza,
la volta del cielo si fa coperta
per i miei sogni
lontana mille miglia da casa mia.
Ma non sono mai sola, mai davvero.
Il filo mostra sempre la strada
di casa
e io ricordo
che posso tornare,
posso tornare quando voglio.

 

 

Piccola riflessione sulla sociopatia (o “Di coscienza critica e unicità”)

Nightcrawler: Perché non resti trasformata sempre? Sai, per essere come tutti gli altri.
Mystica: Perché non sarebbe giusto.[1]

Ho fatto caso che ultimamente mi capita spesso di avvertire le persone sui miei strani modi di fare; semplificando, mi presento come “sociopatica”.
Ma cosa significa essere sociopatici, di preciso?
Colloquialmente si intende come sociopatico colui che ha problemi a intrattenere relazioni conformandosi alle regole del senso comune.
In maniera più accademica invece vengono definiti sociopatici gli affetti dal disturbo antisociale di personalità.

Il disturbo antisociale di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dall’incapacità di assumersi responsabilità e dall’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui. Il dato psicodinamico fondamentale è la mancanza del senso di colpa o del rimorso, con la mancanza di rispetto delle regole sociali e dei sentimenti altrui.
Viene collocato dal Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali all’interno dei disturbi di personalità del cluster B, che comprende oltre al disturbo antisociale di personalità anche il disturbo borderline di personalità, il disturbo istrionico di personalità e il disturbo narcisistico di personalità.
Nell’ICD-10 viene indicato come Disturbo Dissociale di Personalità. Spesso chi soffre di questo disturbo è detto sociopatico. [2]

 

 

Cosa hanno in comune la definizione colloquiale e quella accademica?
La parte di rifiuto per le regole e le leggi della società.
Cosa che normalmente viene ritenuta giustificabile solo da accadimenti straordinari

 

“Vada al diavolo la legge! Solo la vendetta è la mia legge, ora”[3]

 

mentre invece viene considerata una problematicità di fondo di alcune categorie “disturbate”, ne prendo in esame una, quella a me più vicina e familiare: i nerd.
Nessuna categoria è più socialmente condannata degli smanettoni; io, invece, mi trovo benissimo coi nerd. Sarà che tra simili ci si intende? Probabilmente si, credo infatti che il mio “trovarmi bene” derivi fondamentalmente da una tendenza a condividere istintivamente le regole di un contratto sociale tutto nostro.
Cosa succede, allora, quando un gruppo di persone si ritrovano a condividere una serie di regole non scritte?
Che si crea un altro tipo di socialità, parallela e collaterale, a quella comunemente intesa.
Io in questa mi ci sento a mio agio, nell’altra no.
E credo anche che in questa si conservi un’individualità maggiore poiché non esiste un modello prestabilito da rispettare per essere “normali”.

In questa sento il mio alto bisogno di privacy rispettato, ma non a discapito dei rapporti umani.
Credo infatti che il mio apprezzamento per i nerd derivi dal loro modo di porsi, generalmente considerato “freddo”, ma che ai miei occhi appare invece “delicato”, attento e rispettoso dei miei bisogni e desideri di privacy;
Apprezzo la tendenza a non considerarsi sempre al centro degli stati d’animo altrui, e a non pretendere forzosamente spiegazioni di sorta.
A cose normali sono piuttosto socievole, ma ho  anche passato intere serate in cui non ho aperto bocca, eppure a nessuno dei miei amici nerd è saltato in testa di farmi il terzo grado sul perchè ciò accadesse, al massimo si sono limitati a un “tutto bene?” che nella nostra lingua significa “ehi, tutto ok? Ci sono problemi? Se ti va di parlarne io ci sto eh, ma non vorrei farti sentire obbligata”.
Personalmente adoro questo modo di non farmi sentire sola, ma senza soffocarmi.
L’altra caratteristica veramente fuori dal comune che ho riscontrato è la capacità di adattamento e tolleranza nei confronti delle stranezze altrui.
Tutti abbiamo dei difetti, delle paranoie, delle bizzarrie.
Siamo sostanzialmente derivati delle nostre esperienze precedenti, dei nostri vissuti, a volte preda del nostro inconscio; abbiamo fobie, manie e quant’altro.
Di alcune siamo consapevoli, di altre no, ma nel caso dei nerd queste rarissimamente vengono fatte pesare, piuttosto, si considerano alla stregua di una caratteristica somatica.
E ognuno tollera le altrui senza troppi problemi, sapendo che verrà fatto altrettanto con le proprie.
Senza lasciare quel senso di inadeguatezza e anormalità.
Per noi sono tutt* (a)normali, come diceva lo Stregatto, “we’re all mad here”.
E posso non riferirmi solo strettamente alle manie vere e proprie, ma anche alla differenza di vedute su tutti gli aspetti della vita; mi sono chiesta più volte perchè sia più facile riscontrare questa elasticità mentale negli smanettoni, la risposta (che non è detto che sia giusta) che mi sono data è che credo derivi da un modo di pensare: l’aver interiorizzato che per dare soluzione a un problema esistono un numero n di modi, e per capire quale sia il migliore devo prenderli in considerazione, capirli e analizzarli tutti; ecco, secondo me finisce col riflettersi nel modo di concepire la vita e le persone.
Ognuno di noi è una problematica con un diverso algoritmo per soluzione.
Queste riflessioni scaturiscono da dei commenti che mi sono stati fatti, da persone diverse, sul mio definirmi sociopatica.
Molti hanno detto che mi credevano semplicemente una donna molto aggressiva e con pochi sentimenti per il prossimo.
Un mio amico smanettone mi ha risposto “Dipende a quale contesto sociale fai riferimento”, sottointendendo che per lui le mie non erano stranezze, ma semplici caratteristiche che mi rendevano me stessa.
E da lì ho iniziato a pensare che in effetti la maggior parte dei miei amici esula da ciò che si definisce “normale”, ma la cosa a me non interessa affatto, non è quella la parte importante, in loro apprezzo altro.
Apprezzo, per esempio, la scelta di seguire un proprio codice di comportamento e non uno imposto da un agente esterno.
La capacità di mettersi nei panni altrui e lasciare tempi, spazi e modi di arrivare alle cose.
Di saper guardare oltre la copertina del libro e scoprire cosa ci riservano gli altri individui, se li lasciamo fare secondo i loro bisogni.
Vale, in questo senso, un criterio di unicità.
Forse con impegno potremmo essere più espansiv*, apert*, materiali nelle nostre manifestazioni, ma non saremmo più noi stess*, e nemmeno gli altri a cui ci rapportiamo.
Il silenzio, per esempio, va letto nella maggior parte dei casi come un’attenzione a non forzare gli eventi, non come disinteresse; è una sensibilità in più, non in meno.
Quindi prima di definire una persona “sociopatica” chiedetevi a quale socialità state facendo riferimento; perchè noi non è che non l’abbiamo, è che ne abbiamo una più elegante.

 

[1]: X-Men 2 2003, regia di B. Singer.

[2]: Da Wikipedia

[3] Romeo, dopo l’assassinio di Mercuzio – Romeo and Juliet di W. Shakespeare

Sogno di una notte di mezzo autunno.

Sarà l’ora tarda,

o il pensiero che tra poco riabbraccerò tutt*.

Non so.

Però non vedo l’ora di scendere dal treno e respirare aria di casa.

Non che qui non mi piaccia eh,

l’adoro.

Ma…

ma casa mia è a Roma.

Casa è nelle viette di centocelle,

è al bar della Signora le mattine luminose.

È nell’odore di curry e nelle scanalature dei tavoli della taverna.

Casa è dove puoi sentirti al sicuro.

È dove sei entusiasta di tornare.

E mi piace questa idea di me, che mi slancio verso il mondo,

scopro, viaggio, vado…e poi torno, torno a casa, a casa mia.

Ad abbracciare le persone a cui voglio bene,

che sono con me pure quando non sono vicine.

E dalla finestra sbircio il melograno nel giardino,

e penso alle cose che vorrei.

Vorrei abbracciarli tutti,

e cenare attorno a un tavolo, sotto gli alberi, che a Roma non fa ancora freddo.

Vorrei innamorarmi.

Vorrei partire per un viaggio.

Vorrei sognare.

Vorrei sentire le mille cose che hanno da dirmi.

Vorrei poter esprimere questa meraviglia che mi sento dentro.

Vorrei dirgli che esattamente un anno fa eravamo seduti a quello stesso tavolo, e che io oggi, sono felice.

Vorrei benedire tutti i giorni passati, e quelli ancora da vedere.

Vorrei spiegare che certe persone, semplicemente non riusciamo a scordarcele.

Vorrei una possibilità.

Vorrei…

Quante cose vorrei.

E se penso a me, seduta a quel tavolo un anno fa,

che mi guardo le scarpe,

e osservo storto quel tizio strano di cui non so il nome,

mi viene da ridere.

Se penso a me, un anno fa, rannicchiata nella mia felpa gialla troppo grande,

nei miei sogni troppo confusi, nelle mie paure…

Le finestre dei palazzi sono illuminate, il cielo è di un bel colore e dal giardino sale un profumo di erbe che incanta.

E io sono serena, come non mai.

E se penso che tutto il prima è servito per arrivare qui,

a fare questo, a vivere questo, a conoscere queste persone, ad avere certe cose nella mia vita, a non abbandonare i sogni, allora, allora va bene, ne è valsa la pena.

Allora, davvero, grazie…

…se solo poteste vedere il sorriso che ho…

Momenti di cinico disprezzo.

Quando sono pensierosa io ascolto la musica classica.

Il Chiaro di Luna di Beethoven è il massimo,

ma pure i concerti per violino di Bach…

e Debussy.

Il Chiaro di Luna di Debussy è per i momenti davvero tristi.

E romantici.

Io lo odio, il romanticismo.

Quelle cose tuttoperfetto che succedono solo nei film.

È che non succedono solo nei film, dannazione…qualche volta la vita ti sorprende

e tu che ne hai passate tante, troppe, ti ritrovi come una scema a fissare un cielo stellato che pare uscito da una cartolina, col profumo di tigli che stordisce e il cuore che ti batte all’impazzata in un modo che non ti succedeva manco a 13 anni.

E sotto sotto aspetti la fregatura, il momento in cui questo tuttoperfetto si incrinerà e andrà a farsi benedire….e poi scopri che non succede, non succede affatto.

E ti ritrovi a chiederti: “ma possibile che stia succedendo a me, proprio a me?”

E poi arrivano ‘ste serate qui, che te ne stai a guardare il fiume che scorre dalla finestra e fumi…e intanto le note trillano e sembrano riflettere tutti i pensieri che ti passano per la testa.

E pensi che dovresti proprio lasciar perdere, che dovresti smetterla di pensarci e accontentarti di una roba tranquilla, serena, di quelle che ti fanno sorridere, magari scaldano, ma non è che ti fanno battere il cuore.

Quelle che un angolino per pensare te lo lasciano sempre, che non c’è mai quella musata fortissima su un sorriso che sei troppo felice per pensare a qualsiasi cosa che non sia il tuo “SONO FELICE!”.

E pensi che se fossi una persona furba lasceresti stare, dimenticheresti, ti accontenteresti…

ma poi fa capolino, in un attimo, quella espressione a metà tra il sorpreso e l’entusiasta che ti si dipinge sul viso…quel fissarti ostinatamente le scarpe per l’imbarazzo di alzare la testa e doversi guardare, che manco ce lo avessi scritto sul viso quello che stai pensando.

E pensi che cavolo, no, non ti vuoi accontentare!

Non lo vuoi un amore zoppo, che appunto, è zoppo e non ti può seguire da nessuna parte.

Che senso ha costruirsi qualcosa che ti lega ma non ti entusiasma?

Che lo fai a fare?

Non ne vale per niente la pena.

Per stare sereni, per sentirsi sicuri…

si, ma tu è a quella faccia scema tra il sorpreso e l’entusiasta che penseresti tutte le sere.

Non la vuoi na roba a metà.

E chissà quanto tempo, prima di incontrare un’altra persona così…forse, tutta la vita….